• Sara Ibrahim

I Miserabili: Il ritratto crudo e intenso del microcosmo spietato delle periferie

Nel film di Ladj Ly, la Francia ''unita'' dalla vittoria ai mondiali di calcio, cede di fronte all’evidenza di un tessuto sociale ancora troppo frammentato, disunito e fragile. Dalle banlieue, il ritratto più feroce di una generazione senza possibilità di riscatto


Un universo parallelo? No. Un ritratto spietato di una società ai limiti del reale? Nemmeno. Bisognerebbe dire piuttosto un’immersione in apnea in un microcosmo i cui equilibri sono perennemente sul filo del rasoio.


La tensione si taglia con il coltello per un’ora e quaranta minuti nel film di Ladj Ly. Il cineasta francese, alle prese con il suo primo lungometraggio, non ha pietà per nessuno: adulti, bambini, donne, ragazzine adolescenti, poliziotti, criminali, animali, spettatori. Nessuno si salva e non c’è salvezza per nessuno. Solo una certezza a fine pellicola, scolpita con l’inchiosto della sapiente penna di Victor Hugo: ''Mes amis, retenez ceci, il n’y a ni mauvaises herbes ni mauvais hommes. Il n’y a que de mauvais cultivateurs''.


Prima di approdare al festival di Cannes 2019, Les Misérables era un cortometraggio nato da un fatto di cronaca avvenuto il 14 ottobre 2008 à Montfermeil en Seine-Saint-Denis, un caso di violenza da parte di un poliziotto su un giovane ragazzo. Questa è la storia-fulcro dell’intero film, ma attorno a questo soggetto c’è una trama che intreccia, con rocambolesca maestria e spietatezza, tematiche complesse quali il senso di appartenenza a una nazione in cui regna l’emarginazione sociale, la segregazione, la violenza nelle periferie in stato di abbandono, i soprusi e l’abuso di potere. Ci sembra così di ripercorrere e richiamare alla memoria la storia (tragica) delle più grandi lotte afroamericane per i diritti civili:


Ventiquattro ore di apnea


La trama si svolge in ventiquattro ore, lunghissime quanto un salto nel vuoto. Nella scena iniziale, vediamo Issa (Issa Perica) in versione di ragazzino-patriota fasciato nei colori della Francia che festeggia la finale dei mondiali di calcio del 2018 sventolando il tricolore con gli occhi ridenti di gioia.


Nella scena finale, appena ventiquattro ore dopo, lo stesso ragazzino sembra un’altra persona e appare sfigurato e trasfigurato per il trauma della violenza subita e il terribile desiderio di giustizia, seppur sommaria. Il cerchio della vita di Ladj Ly si apre e si chiude con due immagini tragicamente simmetriche ma diametralmente opposte: quella di un bambino che ha pagato con la propria innocenza lo scotto di essere nato in una banlieue difficile.


Il buono, il brutto e il cattivo


Siamo in una periferia senza speranza se chi dovrebbe mantenere l’ordine, la coppia d’oro Chris (Alexis Manenti) e Gwada (Djebril Zonga), se ne va in giro a importunare ragazzine alle fermate degli autobus e ad aggredire adolescenti un po’ teppisti ma sempre indifesi, intrattenendo allo stesso tempo relazioni di ambigui do ut des con le ''istituzioni'' del quartiere, il ''sindaco'' (Steve Tientcheu) tra questi.


Ai due si è unito da pochissimo Stéphane Ruiz (Damien Bonnard), un poliziotto della BAC (brigade anticriminalité) appena trasferito, che rimane inizialmente basito e inerme di fronte ai metodi poco ortodossi dei colleghi. Li potremmo anche chiamare ''Il buono, il brutto e il cattivo'': la caricatura dei tre sbirri – tra il divertente, l’umano e l’odioso – c’è ed è talmente evidente da farci pensare che sia tutto voluto.


Ma l’intreccio di storie e di personaggi, così assurdi quanto reali – come Buzz (Al-Hassan Ly), il ragazzino nerd spione che filma con il suo drone, tra le altre cose, anche l’abuso dei poliziotti su Issa – e il ritmo febbrile che tiene col fiato sospeso fino alla fine – tragica, brusca e imprevedibile – fanno di questo film un colpo da maestro che supera la caricatura e diventa denuncia necessaria, in nome di tutti i bambini dal futuro spezzato.


L’irreprensibile Ladj Ly si aggiudica, meritatamente, il plauso della giuria di Cannes. E anche il nostro.



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